La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.
Ennio Flaiano
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sabato, 28 aprile 2012
L’Austria è un paese piccolo. Molto carino, certo, ma anche piccolo. Ed è proprio al centro dell’Europa: la distanza fra Parigi e Vienna è quasi la stessa fra Vienna e Kiev (più o meno) (o almeno così dice Google Maps).
La conseguenza logica dovrebbe essere che arrivare in Austria, e specialmente a Vienna, sia facile e ragionevolmente veloce, ma non è così: l’intera rete stradale e ferroviaria austriaca è semplicemente assurda.
Come vedete, in questo post non sto parlando di viaggi in aereo, che sono una storia ancora più complicata (solo per intenderci, il volo più economico da Bologna prevedeva scalo e pernottamento all’aeroporto di Francoforte) (1200 km invece di 570), ma soltanto di arrivare a Vienna e generalmente muoversi in Austria in auto o in treno.
Guardate un po’ questa mappa delle autostrade austriache. Notate niente di strano?

Vi risparmio la fatica: se guardate attentamente al centro dell’immagine noterete che non c’è alcun modo di attraversare il paese in macchina da ovest a est, senza avventurarsi fuori dalle autostrade, prendendo piccole stradine di montagna (cosa che naturalmente prende una quantità enorme di tempo), e così facendo cacciarsi in Dio sa quanti altri guai.
D’altro canto, coloro che non possiedono una macchina e devono viaggiare in treno (come me) devono vedersela con le ferrovie austriache, cosa probabilmente pure peggiore. Le ferrovie in Austria sono state costruite parecchio tempo fa nello stesso particolare modo che sarebbe stato usato più tardi per le autostrade, e il loro tracciato non è cambiato granché negli ultimi decenni. Così, se state andando da Verona (Italia) a Vienna (Austria) passando da Innsbruck (sempre Austria), può capitare ad un certo punto vi accorgiate che il vostro treno in realtà si trova in Germania, in quel momento. Obietterete che il percorso che ho preso per esempio è piuttosto infelice, e lo è, certo, ma c’è un’unica alternativa: il treno notturno. Vienna – Venezia via Klagenfurt. Dalle otto alle dodici ore passate cercando di prendere sonno sui sedili più scomodi del continente (che fra l’altro, se non sbaglio, sono proprio un brevetto delle ferrovie austriache), mentre fuori dal vostro scompartimento dozzine di liceali italiani mezzi ubriachi fanno più rumore possibile al solo scopo di stare svegli tutta la notte.
domenica, 8 aprile 2012
«Vienna -dissi un giorno ad un amico- è una città sicurissima: è l’unica grande città dove ho visto due bambine prendere da sole tranquillamente il tram per andare a scuola.»
A quel punto il mio interlocutore mi lanciò uno sguardo attonito e atterrito. Anzi, direi un po’ più atterrito che attonito.
Ebbene, in questo post non parlerò di:
a) Vienna, dove mi sono trasferito un mese fa oramai, e
b) cosa sia successo dal 16 dicembre ultimo scorso fino a questo punto.
Parlerò piuttosto del motivo dell’attonimento del mio interlocutore (solo dell’attonimento: il terrore è una costante, fa parte della sua vita ormai da anni) (e per motivi perfettamente comprensibili, ma questa è un’altra storia). Si era infatti verificato un fenomeno molto particolare, noto come sordità creativa.
Sarà successo anche a voi che il vostro interlocutore perdesse una o due parole del vostro discorso, e questo può essere capitato per vari motivi: forse stavate parlando al telefono, forse era per via dei rumori di fondo, forse parlavate troppo piano. O forse la persona con cui parlavate semplicemente non ci sentiva.
Quando però la sordità diventa creativa, le parole da voi pronunciate non vengono semplicemente perse da chi vi ascolta, ma cambiano, scompaiono, si fondono fra loro, fino a giungere al destinatario in una frase che ha un senso compiuto, ma completamente diverso da quello originale. Così può capitare di chiedere che ore sono e ricevere una sigaretta, fare un complimento per un dettaglio di un vestito e venire accusati di molestie, e altri equivoci del genere.
Per sintetizzare, la sordità creativa vi dà l’emozione di non capire una mazza di quello che vi stanno dicendo, pur parlando la stessa lingua, con conseguenze spesso molto divertenti.
Come quella volta che dissi appunto:
«Vienna è una città sicurissima: è l’unica grande città dove ho visto due bambine prendere da sole tranquillamente il tram per andare a scuola.».
frase che per effetto della sordità creativa, il mio amico capì così:
«Vienna è una città sicurissima: è l’unica grande città dove ho visto due bambine prendere da sole tranquillanti in tram per andare a scuola.»
venerdì, 16 dicembre 2011
Mai fidarsi delle persone troppo magre.
Io non credevo nemmeno esistesse vita sotto i 50 chili.
Cate
venerdì, 11 novembre 2011

In estate, se fate una passeggiata sulla Grosse Schanze, o nel parco sulla Bundesterrasse, guardando il meraviglioso panorama delle Alpi, non lo notate.
Mentre in inverno andate a fare shopping (ok, in pochissimi possono permettersi lo shopping, diciamo “a guardare le vetrine”) sotto i portici di Kramgasse, ce l’avete davanti agli occhi, ma con tutte le luci, tutta la gente che passa, tutti i rumori, semplicemente lo ignorate.
Poi, ad un certo punto, in un giorno nuvoloso guardate i palazzi di Berna, e realizzate che sono tutti fatti con lo stesso tipo di pietra, tutti dello stesso colore: un verdognolo terribilmente deprimente.
Potrà non essere molto importante per voi, lo capisco, per gente come me, cresciuta in una città piena di tante diverse sfumature di colori caldi come Bologna, è abbastanza orribile.
venerdì, 28 ottobre 2011
Viste le ultime disavventure dei giorni scorsi, e il livello assurdo di complessità dei miei problemi burocratici, ho pensato di ripresentare tutta la storia (che, per quanto sembri incredibile, è vera) sotto forma di trama teatrale, sperando che risulti almeno un po’ più comprensibile.
Prendete posto in sala, perché sta per cominciare:
Verso la Svizzera (e oltre)
Dramma burocratico in quattro atti e tre intermezzi
Personaggi:
lo Zaùrdo
la Prima Segretaria
l’Ultimo Prof
l’Altro Prof
la Portinaia
il Relatore
il Giovane Fauno
la Seconda Segretaria
La scena si svolge fra l’Italia e la Svizzera, con abbondanza di sfighe in entrambi i paesi.
Primo atto
Nella prima scena facciamo la conoscenza del protagonista, lo Zaùrdo, che sta per dare l’orale dell’ultimo esame della triennale, mentre è intento a preparare le carte per iscriversi alla specialistica in un’università svizzera.
Le scene successive, ambientate nei giorni seguenti, dipingono l’estenuante ricerca e la spedizione di tutti i documenti necessari, mentre dalla Prima Segretaria dell’università svizzera arrivano risposte sempre molto rassicuranti: lo Zaùrdo potrà iscriversi tranquillamente, purché tutta la mole allucinante dei documenti arrivi a destinazione entro la fine di ottobre.
Nella trionfale chiusura del primo atto, giunge notizia che per lo Zaùrdo è già pronta una camera in un esclusivissimo studentato, che costa più o meno un rene alla settimana, ma che risulta sempre più economico di una stanza media a Berna (e a Bologna) (due città a caso, eh, per carità).
Risolti con questo inaspettato colpo di fortuna i problemi più urgenti, lo Zaùrdo rivela i suoi piani per il prossimo futuro (per chi ancora non li avesse capiti): passare l’orale dell’ultimo esame, in una quarantina di giorni scrivere una buona parte della tesi, e nel frattempo partire per la Svizzera, cominciare a seguire i corsi, tornando a Bologna soltanto per laurearsi in ottobre, appena in tempo per consegnare le ultime carte alla Prima Segretaria, come da accordi.
Primo intermezzo
Nel primo intermezzo, ambientato la notte prima dell’ultimo orale dell’ultimo esame, apprendiamo in un lungo monologo dello Zaùrdo di un curioso incidente occorsogli al momento di dare lo scritto dell’ultimo esame: a causa di un cambio d’aula deciso all’ultimo momento, il protagonista aveva in realtà dato l’esame giusto, ma con la commissione sbagliata. Alla fine dell’intermezzo, lo Zaùrdo però ci rassicura: gli assistenti delle due commissioni avrebbero provveduto a portare la sua prova all’Ultimo Prof.
Secondo atto
Alla relativa quiete dell’intermezzo fa contrappunto la drammatica apertura del secondo atto, in cui l’Ultimo Prof afferma, offesissimo, di non aver mai ricevuto alcuno scritto e condanna lo Zaùrdo, per passare l’ultimo esame, a rimandare di tre settimane l’orale, ponendosi intanto alla ricerca della propria prova.
Interviene qui la figura dell’Altro Prof, uno dei due soli personaggi che si riveleranno d’aiuto nel corso del dramma, che aiuta lo Zaùrdo a ritrovare lo scritto e si incarica personalmente di consegnarlo all’Ultimo Prof, per appagare la sua sete di vendetta. E di scritti.
Intanto il progetto di laurearsi ad ottobre per lo Zaùrdo sfuma, ma dalla Svizzera gli riscrive la Prima Segretaria, che lo convince comunque a provare a ridare l’ultimo orale (dell’ultimo esame) (ma proprio l’ultimo, eh), e di provare comunque a laurearsi per novembre.
Nell’ultima scena lo Zaùrdo parte per la Svizzera, dove prende possesso della costosissima stanza, comincia a familiarizzare con il mostruoso costo della vita, e fa la conoscenza della misteriosa Portinaia, proveniente da terre lontane (oppure no, intanto porta nome e cognome stranieri) (e se non ti chiami Urs o Reto, per gli svizzeri sei già un mezzo alieno).
Secondo intermezzo
Anche il secondo intermezzo è ambientato in Svizzera, dove il protagonista spiega al pubblico il complesso procedimento dell’iscrizione: un conto è iscriversi all’università, un altro è il trovare posto in tutti i singoli corsi previsti dal piano di studi, tutti o quasi con un numero limitatissimo di posti e con obbligo di frequenza. Anche alla fine di questo intermezzo, però, lo Zaùrdo ostenta sicurezza: su internet è scritto chiaro e tondo che per iscriversi ai singoli insegnamenti c’è più di un mese di tempo, perciò non c’è nulla da temere.
Terzo atto
Ovviamente anche il terzo atto si apre con un tragico capovolgimento della situazione: ogni prof ha scelto per il proprio insegnamento una data diversa, e tutti hanno chiuso le iscrizioni ai propri corsi mesi e mesi prima di quanto scritto su internet. Per lo Zaùrdo si apre un dilemma: non poter dare la maggior parte degli esami vuol dire per lui dover spostare tutti i corsi ai semestri successivi col rischio, se non li riuscirà a dare tutti, di venire cacciato dall’università. Vista questa situazione, e visto che nelle università svizzere è possibile iscriversi anche in primavera, lo Zaùrdo arriva alla sofferta decisione di spostare la propria iscrizione ad aprile, e di cercare nel frattempo almeno di laurearsi a novembre.
Tornato frattanto in Italia, lo Zaùrdo passa anche l’ultimo orale; rimane davanti a lui solo la stesura della tesi, e sarà fatta. Purtroppo però non ha fatto i conti con il tempo, che -senza le tre settimane sottrattegli all’inizio del secondo atto- s’è fatto davvero poco.
Terzo intermezzo
Il terzo intermezzo si svolge tra la Svizzera e l’Italia, dove lo Zaùrdo, accolto ed aiutato dalle amorevoli cure del Giovane Fauno, riesce con uno sforzo sovrumano a raffazzonare qualche pagina, ma il giudizio del Relatore è inappellabile: la laurea sarà a marzo.
Quarto atto
Depresso e sconfitto, lo Zaùrdo ritorna in Svizzera, dove riceve una lettera in cui lo si minaccia di privarlo della pregiatissima (e costosissima) stanza, se non presenterà alla Portinaia un documento in cui si certifichi che è iscritto a Berna, o in una qualsiasi altra università. Non potendo chiedere aiuto in così poco tempo a nessuno in Italia (dove peraltro risulta ancora iscritto, non essendosi laureato), il protagonista ricorre alla segreteria dell’università svizzera e, in un memorabile, serrato dialogo con la Seconda Segretaria (che parla in bernese, e perciò dilata i tempi: il dialogo da solo dura un’ora e mezza, pur occupando solo mezza pagina), riesce a farsi dare un documento dell’università italiana da lui precedentemente spedito nel primo atto.
Consegnato in un’affanosa corsa contro il tempo il documento alla Portinaia, il nostro eroe apprende però che tutta questa fatica non è servita a nulla: nessuno leggerà il documento, e la lettera minatoria gli è stata spedita così, tanto per buttarlo un po’ nel panico.
Il dramma si conclude con un ultimo monologo dello Zaùrdo, che promette che lascerà tempo due mesi la Svizzera, giurando che saluterà con un colossale gesto dell’ombrello.
sabato, 15 ottobre 2011
L’Era della Qualità è finita. Vogliamo la Quantità!
Giulia
giovedì, 6 ottobre 2011
Quasi sicuramente non vi siete chiesti dove io sia finito in queste settimane, e vi assicuro che non ci sono rimasto male, davvero: è colpa mia, in fondo.
Ad ogni modo, ecco cosa è successo nelle ultime settimane.
Quando ho cominciato le procedure per l’immatricolazione all’università di Berna, ancora prima di venire qui, volevo avere per le mani il prima possibile una lista di corsi da seguire, per cominciare subito a studiare qui, in attesa della mia laurea triennale in Italia (a novembre). Dopo aver ricevuto l’attestazione della laurea, avrei potuto mandarla al Sekretariat di qui, e così completare l’immatricolazione.
Ma le cose non sono mai così semplici, soprattutto in Svizzera.
Sapevo già che alcuni corsi sul mio piano di studi avevano un numero limitato di posti, e che avrei dovuto completare l’immatricolazione prima di iscrivermi a quei corsi, ma ero sicuro di avere ancora parecchio tempo per farlo, e che comunque fosse una questione che riguardasse solo un paio di questi corsi.
Beh, mi sbagliavo.
Prima di tutto, sono venuto a sapere che metà settembre era già troppo tardi per iscriversi ai corsi a numero chiuso, perché, anche se il termine ufficiale era l’11 ottobre, la maggior parte dei corsi aveva termini diversi, come il 31 agosto, mentre alcuni altri erano sì ancora aperti, ma solo a quegli studenti che avessero preso parte ad un incontro preparatorio tenuto tra maggio e giugno.
Quindi sono andato a vedere a quanti corsi avrei comunque potuto partecipare in questo semestre, ed è venuto fuori che erano solo due o tre, su sette che dovrei fare. Questo potrebbe diventare più avanti un grosso problema, perché a quel punto dovrei per forza nei prossimi semestri frequentare i corsi e dare gli esami che non sarò riuscito a frequentare e a dare in questo, altrimenti sarò cacciato dall’università senza una laurea (in Svizzera, come in diversi altri paesi, non è permesso finire fuori corso).
Che farò, allora? Probabilmente fermerò la mia immatricolazione ora, e farò di nuovo domanda per il prossimo semestre (tranne poche eccezioni, le immatricolazioni si possono fare per aprile o per settembre), e nel frattempo cercherò qualcosa da fare a Berna finché resterò “sospeso” in questo modo.
lunedì, 12 settembre 2011
Sto partendo, di nuovo.
Dopodomani prenderò un altro (ennesimo) treno, ma stavolta, probabilmente, non tornerò stabilmente nel mio paese, almeno per diversi anni.
Mi trasferisco a Berna, dove tra pochi giorni comincerò la mia laurea specialistica in storia.
Ma se lo Zaùrdo lascia la propria città, se ne va, allo stesso tempo, ricomincia a postare, su questo nuovo sito: lo Zaùrdo è tornato.
giovedì, 18 agosto 2011
“Hätte der Kaiser noch gelebt…” diceva spesso mia nonna, classe 1921 (la spia, per intenderci), “Fosse stato ancora vivo il Kaiser…”. E non era necessario chiedere chi fosse, il Kaiser a cui si stava riferendo: Francesco Giuseppe è stato per tutto il suo lungo regno l’immagine stessa dell’ordine e della stabilità. Sessantotto anni di giorni sempre uguali, passati in gran parte alla scrivania, a sbrigare il lavoro del sempre affidabile “primo burocrate dell’Impero”, chiamato dalla Provvidenza alla missione quasi impossibile di governare uno Stato che pressava in un territorio grande poco più di due volte quello dell’Italia di oggi undici etnie, con undici lingue e almeno cinque religioni diverse.
Nonostante le sconfitte sui campi di battaglia, che costarono parecchi chilometri quadrati di territorio e, alla fine, la rinuncia ad ogni mira austriaca-asburgica di egemonia sulla Germania, nonostante fosse chiaro a tutti (e quasi sicuramente anche a lui) che il mondo era cambiato profondamente in quegli anni, il Kaiser era lì, convinto nel suo ruolo da monarca d’altri tempi.
Per lui, e per personaggi come lui, che vissero in un tempo che non era il loro, ho sempre avuto istintivamente una certa simpatia: il contrasto fra il mondo intorno alla “sua” Austria e la sua personale incapacità di adattarsi a quel mondo e a quel momento storico lo rendono, per me, uno dei personaggi più interessanti e più tragici dell’Europa fra Otto e Novecento.
“Hätte der Kaiser noch gelebt“, oggi compirebbe 181 anni. Prosit!
venerdì, 1 luglio 2011
Come sconfiggere i barbari? Basta mettere gli unni contro gli altri.
il Laido
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